sabato 4 gennaio 2020

L'assassinio di Soleimani: gli Usa varcano la "linea rossa"


L'attacco statunitense con droni Reaper contro l'aeroporto di Baghdad che ha portato alla morte del generale Qassem Soleimani, a capo della forza al-Quds dei Guardiani della Rivoluzione, e di altri otto militari iraniani rappresenta un punto di non ritorno. Non solo in ragione del fatto Soleimani rappresentava al contempo un'icona della Rivoluzione Islamica, il veterano di innumerevoli battaglie e uno dei principali architetti della strategia iraniana in Medio Oriente, ma anche e soprattutto perché attorno alla sua figura chiave tendeva a gravitare l'ala più oltranzista interna all'establishment della Repubblica Islamica. Il generale dipendeva infatti direttamente non dal presidente Hassan Rohani, di cui non condivideva affatto l'approccio moderato e conciliante tenuto con gli Stati Uniti e i loro alleati, ma dalla ben più potente, agguerrita e influente Guida Suprema, l'ayatollah Ali Khamenei. Del quale, specialmente in seguito al fallimento dell'accordo sul nucleare iraniano imputabile pressoché integralmente all'amministrazione Trump, Soleimani era divenuto l'uomo di fiducia e il principale referente per quanto concerne la gestione delle operazioni da condurre in quelli che Teheran considera i principali teatri sensibili. Non a caso, fu lui a recarsi a Mosca per concordare con Vladimir Putin le strategie da adottare nello scenario mediorientale.
Senza la discesa in campo dei suoi Pasdaran, coadiuvati dalle milizie di Hezbollah e dalla potenza di fuoco russa, la Siria di Bashar al-Assad sarebbe inesorabilmente crollata sotto l'urto jihadista sostenuto dallo schieramento composto da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Turchia e monarchie sunnite del Golfo Persico. Allo stesso tempo, Soleimani non esitò a sfruttare la presenza sul campo dei propri sottoposti per accrescere l'influenza iraniana nel quadrante levantino e a far leva sulle milizie sciite irachene per saldare e rendere permanente l'integrazione della Mesopotamia nella cosiddetta "mezzaluna sciita" che, passando per Damasco, collega la Teheran degli ayatollah alla Beirut di Hezbollah.
Ragion per cui, prendendo di mira un personaggio tanto popolare e potente, gli Stati Uniti hanno commesso un vero e proprio atto di guerra contro l'Iran, giustificato per di più con motivazioni decisamente risibili. Se la tesi a supporto della ritorsione contro l'assalto portato nei giorni precedenti da gruppi di iracheni sciiti – probabilmente manovrati dall'altra vittima illustre del raid aereo Usa, il vice-comandante del corpo paramilitare sciita Kata'ib Hezbollah Abu Mahdi Muhandis – non regge perché manifesta in maniera assai palese la sproporzione tra l'entità dell'offesa subita e della rappresaglia, quella sostenuta direttamente da Trump, secondo cui Soleimani era impegnato nella progettazione di attacchi contro diplomatici e militari statunitensi disseminati in tutto il Medio Oriente, appare ancora più debole. Non solo perché il presidente Usa si è guardato bene dal fornire prove che avvalorino la sua presa di posizione, ma anche e soprattutto alla luce del fatto che contro Soleimani si potevano muovere tante accuse, tranne che fosse uno sprovveduto.
Al contrario, è proprio l'aggressione mossa da Washington con l'assassinio di uno degli elementi chiave della Repubblica Islamica ad incrementare il rischio non di un conflitto di tipo convenzionale, ma di una escalation di azioni asimmetriche dalle conseguenze potenzialmente imprevedibili. Spingendo l'Iran nell'angolo, si costringe infatti la Repubblica Islamica a reagire con un'azione contraria di entità e "peso" proporzionale a quella subita e, di conseguenza, si contribuisce a ricompattare un Paese in cui serpeggiava scontento per via delle sanzioni economiche imposte dagli Usa attorno alla sua guida politica. Nonché a rafforzare le correnti interne più oltranziste di cui lo stesso Soleimani costituiva la punta di lancia, a indebolire l'assennata e raffinata azione diplomatica russa e a irritare ulteriormente la Cina, che si approvvigiona regolarmente di petrolio dall'Iran e sostiene la Repubblica Islamica in quanto segmento fondamentale della Nuova Via della Seta. Senza contare che, per quanto la perdita di un ufficiale dell'esperienza e dell'acume di Soleimani rappresenti indubbiamente un duro colpo per l'Iran sotto il profilo operativo e strategico, si tratta pur sempre di un elemento interno alla catena gerarchica delle Guardie Rivoluzionarie e, pertanto, sostituibile. Nello specifico, Khamenei ha affidato il comando dell'unità al-Quds orfana di Soleimani al suo vice Esmail Ghaani, intendendo con ogni probabilità lanciare un segnale di continuità con il passato. Spetterà presumibilmente a Ghaani il compito di preparare la rappresaglia contro l'attacco statunitense, che a detta di alcuni potrebbe assumere la forma di un blocco dello Stretto di Hormuz o di una intensificazione delle operazioni militare contro strutture petrolifere saudite da parte dei ribelli Houthi.
Di diverso avviso è l'ex specialista di controterrorismo della Cia Philip Giraldi, secondo cui «l'Iran non può lasciare senza risposta l'uccisione di un alto ufficiale militare anche se non può affrontare direttamente gli Stati Uniti militarmente. Ma ci saranno rappresaglie e il sospetto uso da parte di Teheran di proxies per organizzare attacchi limitati sarà ora sostituito da azioni più pericolose [...]. E c'è anche la carta del terrorismo che rischia di entrare in gioco. Nel corso degli anni, l'Iran ha subito una vasta diaspora in tutto il Medio Oriente e, di fronte alle reiterate minacce di Washington, ha avuto molto tempo per prepararsi a una guerra da combattere in gran parte nell'ombra. Nessun diplomatico, soldato o persino turista americano nella regione dovrebbe considerarsi al sicuro, al contrario. Sarà una "stagione aperta" per gli americani. Gli Stati Uniti hanno già ordinato una parziale evacuazione dell'ambasciata di Baghdad e consigliato a tutti i cittadini americani di lasciare immediatamente l'Iraq». Oltre a rafforzare la propria presenza in Medio Oriente inviando circa 3.000 soldati (che vanno ad aggiungersi alle circa 750 unità inviate in Kuwait giorni prima) inquadrati nell'82° divisione aviotrasportata come precauzione di fronte alle crescenti minacce a cui sono esposte le forze americane nella regione. Minacce che sono inevitabilmente destinate a moltiplicarsi in virtù del fatto che l'attacco all'aeroporto di Baghdad è stato chiaramente condotto senza l'autorizzazione del governo iracheno, che con ogni probabilità è richiederà alle forze americane di togliere il disturbo. «Ciò – aggiunge Giraldi – renderà a sua volta insostenibile la situazione per le rimanenti truppe statunitensi nella vicina Siria. E costringerà anche altri Stati arabi nella regione a rivedere l'ospitalità concessa alle forze armate statunitensi».
Ne consegue che l'attacco aereo statunitense presenta non poche controindicazioni, non ultima quella di manifestare la palese incoerenza di Donald Trump, che ha più volte affermato l'intenzione di ridimensionare l'impegno militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, e ribadire ancora una volta agli occhi del mondo che, nonostante il loro atteggiarsi a difensori del diritto internazionale, gli Usa continuano imperterriti ad avvalersi dell'assassinio mirato come arma strategica e strumento di lotta politica. Anche nel caso in cui l'obiettivo designato non sia costituito da un talebano che si nasconde tra le montagne dell'Hindukush o da una base di Hezbollah situata in prossimità del Golan, ma da un esponente istituzionale di altissimo livello del potere pubblico di un Paese sovrano. D'altro canto, sul piano più squisitamente geopolitico, per quanto la massiccia presenza militare statunitense in Medio Oriente e la ricementata alleanza strategica con Arabia Saudita ed Israele – i cui servizi hanno molto probabilmente contribuito a fornire le informazioni decisive sugli spostamenti di Soleimani – tenda ad accrescere negli apparati di potere di Washington un forte senso di sicurezza, una mossa azzardata (o «reckless», per citare l'esponente democratica Nancy Pelosi) come quella ordinata dall'amministrazione Trump non potrà che produrre effetti contrari a quelli sperati. Lungi dallo spezzarsi, la catena del potere sciita che connette tra loro Iran, Iraq, Siria, Libano e Yemen ne uscirà rafforzata. A scapito delle monarchie sunnite del Golfo Persico asserragliate dietro all'Arabia Saudita, da cui si è peraltro sganciato oramai da qualche tempo il piccolo ma ricchissimo e influente Qatar, che continua a resistere all'embargo saudita grazie soprattutto al sostegno di Teheran.
Sorge allora spontaneo il sospetto che uno dei moventi più concreti all'origine del raid aereo culminato con la morte di Qassem Soleimani vada ricercato nelle dinamiche di politica interna degli Stati Uniti. Non va infatti dimenticato che le elezioni presidenziali sono ormai alle porte e Trump, alle prese con un maldestro ma ostinato tentativo di impeachment orchestrato dai democratici (che controllano la Camera ma non il Senato), ha tutto l'interesse ad ingraziarsi il favore non solo di quella fetta di elettorato repubblicano da sempre legato all'immagine degli Stati Uniti come superpotenza globale in grado di imporre il proprio volere ai quattro angoli del pianeta, ma anche del complesso militar-industriale (già gratificato con un forte incremento delle spese militari) e dei potentissimi gruppi di influenza filo-israeliani che sperano nell'adozione di una postura più aggressiva nei confronti dell'Iran. Inoltre, «eliminare un generale iraniano è un ottimo sistema per trasformare il tentativo di impeachment in un atto antipatriottico. E se per caso gli iraniani dovessero reagire, ecco una scusa perfetta per trasformare la campagna elettorale in un referendum tra chi vuole difendere l'America (Trump, ovviamente) e chi vuole invece arrendersi.  Non a caso i democratici, che in passato non si sono mai negati guerre e guerricciole, ora contestano il suo operato anti-Iran».

venerdì 3 gennaio 2020

L'economia Usa tra (poche) luci e (molte) ombre in vista delle elezioni di novembre



La campagna elettorale statunitense entra nel vivo. Nei giorni scorsi, infatti, Donald Trump non si è lasciato sfuggire l'occasione di rivendicare i successi economici registrati dall'economia nazionale, in particolar modo per quanto concerne l'andamento dei corsi azionari. Sul fronte borsistico, infatti, i tre principali indici – il Dow Jones, il Nasdaq e lo Standard & Poor's 500 – hanno registrato una forte crescita grazie soprattutto all'acquisizione di Fitbit ad opera di Google e alla commercializzazione dei nuovi AriPod  da parte di Apple, forte peraltro di conti trimestrali al di sopra delle aspettative e del recente lancio del proprio servizio di streaming. Dall'inizio del 2019, le azioni della compagnia guidata da Tim Cook sono aumentate del 60%.
Altro capitolo su cui Trump si è soffermato è quello dell'occupazione – che pure non offre un quadro affidabile della situazione lavorativa Usa. Nello specifico, nel mese di novembre gli Stati Uniti hanno creato 266.000 nuovi posti di lavoro; una quota di gran lunga superiore alle aspettative (ferme a 187.000) e che consente al Paese di attestarsi su una media del 3,5%, la più bassa da cinquant'anni a questa parte. Lo stesso presidente ha inoltre rilevato con forza che in assenza delle ripercussioni prodotto da un evento straordinario come il mega-sciopero organizzato dalla United Auto Workers, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di operai della General Motors, il settore manifatturiero avrebbe tenuto il passo e l'ammontare complessivo dei novi posti di lavoro avrebbe sfondato la soglia delle 300.000 unità.
Al netto della propaganda elettorale, tuttavia, l'economia statunitense non si dimostra esente dalle tensioni internazionali causate in primo luogo dalla guerra commerciale ingaggiata con la Repubblica Popolare Cinese, con l'Unione Europea e con tutti gli altri principali partner commerciali degli Usa. Allo stesso tempo, la Federal Reserve si è vista costretta ad abbassare ulteriormente i tassi di interesse e a intensificare il proprio interventismo al fine di contrastare il pericoloso aumento del costo del denaro sul mercato interbancario. Segno, quest'ultimo, che qualcosa nel circuito finanziario non sta funzionando a dovere, come certificato dall'incremento costante del volume dei buyback e dal concomitante  calo degli investimenti, diminuiti dell'1,5% da un trimestre all'altro e sostenuti soltanto dalla settore della proprietà intellettuale. Quelli connessi ai macchinari e alle strutture sono infatti crollati rispettivamente del 3,8 e del 15,3%. Non a caso, le assunzioni nel comparto industriale sono fortemente diminuite e il Manufacturing Index dell'Institute of Supply Management (Ism), il parametro che fotografa l'andamento dell'attività manifatturiera, si attesta ormai da diversi mesi al di sotto dei 50 punti; una soglia che evidenzia una contrazione della produzione. Proprio lo scorso settembre, l'economia statunitense registrò un catastrofico 47,8, il dato peggiore dallo scoppio della grande crisi. In particolare, qualcosa come 12 dei 18 settori industriali presi in esame dagli economisti dell'Ism hanno conosciuto una frenata, a partire da quelli collegati alla metallurgia, all'abbigliamento e al tessile. Sono quindi i servizi, conformemente al processo di 'terziarizzazione' dell'economia che negli Stati Uniti sta ormai conoscendo la propria fase di maturazione, a sostenere l'occupazione e a trainare la crescita economica.
Crescita (+1,9% su base annuale registrata nel terzo trimestre) che comunque si attesta a livelli inferiori a quelli auspicati dall'amministrazione Trump, che, dinnanzi all'affievolirsi dell'effetto trainante generato dalla iper-radicale riforma fiscale da 1.500 miliardi di dollari (comprensiva di un taglio delle imposte corporate dal 35 al 21%) entrata in vigore nel 2018, intende offrire nuovi stimoli attraverso un nuovo taglio delle tasse da introdurre entro il 2020. Lo ha rivelato il sempre ben informato Washington Post, secondo cui il governo, e più specificamente il consigliere economico della Casa Bianca Larry Kudlow e il deputato repubblicano del Texas Kevin Brady (tra gli architetti del Tax Cuts and Jobs Act), avrebbe messo in cantiere un pacchetto di misure – ribattezzato Tax Cuts 2.0 – rivolto soprattutto alla middle-class, che proprio grazie alla riforma fiscale elaborata dall'amministrazione Trump ha pagato per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un'aliquota fiscale effettiva maggiore rispetto alla categoria del super-ricchi. Nel dettaglio, Kudlow e Brady ipotizzano di ridurre le tasse sui salari e di indicizzare le imposte sugli utili di capitale all'andamento dell'inflazione, al fine di rilanciare la domanda nel settore da cui dipende maggiormente la crescita economica degli Stati Uniti, quello dei consumi privati, e di ingraziarsi allo stesso tempo il favore dell'americano medio a pochi mesi di distanza dalle elezioni presidenziali. La mossa potrebbe rivelarsi determinante nell'orientare il voto della cruciale Rust Belt, la "cintura della ruggine" che sorge attorno al lago Michigan disseminata di complessi industriali in disuso e che giocò un ruolo fondamentale nello spalancare al tycoon newyorkese le porte della Casa Bianca nel 2016.

martedì 31 dicembre 2019

La terziarizzazione dell'economia statunitense




Come è noto, gli Stati Uniti, prima società post-industriale, sono stati i primi a subire gli effetti della delocalizzazione da parte delle loro imprese, indotta dalle politiche neoliberiste portate avanti dai governi Reagan, Bush senior, Clinton e Bush junior, con la sottoscrizione di accordi di libero scambio quali il Nafta e la rimozione progressiva di tutte le barriere a protezione del mercato interno. Da avanguardia capitalistica quali erano, gli Usa tracciarono quindi il sentiero che avrebbero progressivamente percorso tutti gli altri Paesi industrializzati, facendo sì che nell'arco di trent'anni (1980-2010), gli investimenti esteri della Francia crescessero dal 3,6 al 57% del Pil, quelli della Germania dal 4,7 al 45,7%, quelli dell'Italia dal 6 al 28%. Secondo alcuni calcoli, se quella ricchezza fosse rimasta entro i rispettivi confini nazionali, la Francia avrebbe creato 5,9 milioni di posti di lavoro, la Germania 7,3 milioni e l'Italia 2,6 milioni – non è un caso che tutti i Paesi che hanno fatto massiccio ricorso alla delocalizzazione siano stati scavalcati nelle classifiche internazionali.
Per gli Usa le cose stanno in maniera ancora peggiore, poiché l'impatto della delocalizzazione degli impianti produttivi verso i Paesi che offrono serbatoi pressoché inesauribili di manodopera a basso costo è stato letteralmente devastante. Un'inchiesta del New York Times risalente al 2006 ha documentato l'impatto sul settore automobilistico della deindustrializzazione indotta dalla delocalizzazione. Secondo le rivelazioni dell'autorevole quotidiano newyorkese, il trasferimento di centinaia di migliaia di posti di lavoro all'estero ha fatto sì che nelle città assurte negli anni '20 a capitali mondiali dell'automobile la disoccupazione dilagasse e i lavoratori pensionati superassero per numero quelli occupati nel settore stesso. Come conseguenza, metropoli come Detroit si sono trasformate in città fatiscenti in cui l'aumento degli individui ridotti sul lastrico a causa della perdita del lavoro ha favorito una vera e propria proliferazione incontrollata della criminalità.




Il calo dei posti di lavoro disponibili non è tuttavia imputabile unicamente alla delocalizzazione, ma anche alla progressiva introduzione di macchine che hanno gradualmente sostituito i colletti blu, i quali sono stati costretti a riciclarsi nei campi lavorativi comunemente rientranti nel settore terziario. L'effetto diretto di questo processo è stato l'affermazione del comparto dei servizi a scapito di quello manifatturiero in tutte le economie mature che in epoche precedenti erano state investite da poderosi processi di industrializzazione. In Gran Bretagna, Paese da cui ebbe origine la Rivoluzione Industriale, l'occupazione manifatturiera era al 45% alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per poi scendere a poco più del 30% ed attestarsi su quel livello fino ai primi anni '70, quando ha cominciato a crollare. Attualmente, il settore industriale impiega meno del 10% della forza lavoro complessiva del Paese. In Svezia, l'occupazione nel settore manifatturiero ha raggiunto un picco del 33% intorno alla metà degli anni '60, per poi precipitare a valori di poco superiori al 10%. Anche in Germania, la più moderna potenza industriale del mondo, l'occupazione manifatturiera ha raggiunto il picco del 40% verso il 1970, e da allora ha cominciato a diminuire a ritmo costante. Negli Stati Uniti, ai primordi del XIX Secolo, il settore manifatturiero impiegava meno del 3% della forza lavoro, ma la sua vertiginosa espansione lo portò ad assorbire qualcosa come il 25-27% della massa lavoratrice nei primi anni '60. Da allora, sull'onda della deindustrializzazione, l'occupazione nel comparto manifetturiero è calata costantemente fino ad assorbire meno del 10% dei lavoratori.
Nello specifico, tra il 1980 e il 1990 il numero degli impiegati nel settore scese a 17,7 milioni di unità a fronte di un incremento dell'occupazione totale da 90 a 108 milioni di persone. Il che ha favorito il sorgere di due fenomeni di portata epocale, quali l'esplosione del deficit estero degli Usa, che non producendo quasi più nulla si videro costretti da importare quantità sempre crescenti di merci approfittando del ruolo di moneta di riferimento internazionale di cui è titolare il dollaro, e l'abbassamento dei salari, come conseguenza diretta del calo vertiginoso di posti di lavoro di buon livello in favore di quelli assai meno tutelati nelle varie branche dei servizi. Gli impiegati nel terziario non godono infatti dei benefici conquistati nel corso dei decenni dai colletti blu, che già durante il boom economico del secondo dopoguerra erano riusciti ad ottenere buone condizioni per quanto riguarda le prestazioni mediche e le pensioni, incluse nei contratti di categoria e pagate della imprese. Durante gli anni '70, i salari reali Usa, misurati a prezzi costanti 1982 e calcolati su base settimanale, erano calati dai 313 dollari del 1970 ai 299 del 1979, ma questa diminuzione era imputabile essenzialmente alla riduzione delle ore lavorate, connessa a sua volta all'esaurirsi della spinta propulsiva keynesiana rappresentata dalla Guerra del Vietnam. Nel decennio che va dal 1980 al 1990, calarono invece sia i salari orari che i guadagni settimanali, che scesero – sempre a prezzi costanti del 1982 – a 263 dollari. Sotto l'amministrazione Clinton, il calo occupazionale nel settore manifatturiero e la tendenza al ribasso dei salari subirono una battuta d'arresto dovuta alla crescita elefantiaca della bolla della New Economy, che implicava una notevole attività manifatturiera.
All'epoca, schiere di investitori, incoraggiate dai bassi tassi di interesse applicati dalla Federal Reserve, invasero il mercato delle telecomunicazioni facendo crescere l'indice Nasdaq dell'85% nel solo 1999. Nella primavera del 2000, la capitalizzazione di mercato delle aziende operanti nel comparto delle telecomunicazioni raggiunse le 2,7 migliaia di miliardi di dollari. Le aziende del settore, inebriate dalla frenesia generale, iniziarono a coprire il suolo statunitense e persino i fondali oceanici con interi reticolati di cavi in fibra ottica lunghi milioni di km; una quantità di gran lunga superiore a quella necessaria a soddisfare la domanda reale di linee di comunicazione. Alimentata dalla fiducia che il mercato dell'hi-tech si sarebbe espanso all'infinito, la crescita di questo settore si arrestò rapidamente a causa del drastico calo di profitti indotto dal bassissimo tasso di utilizzazione, prossimo al 3%, delle reti di telecomunicazione. Ciò determinò l'arresto della speculazione al rialzo e l'automatico avvio di quella al ribasso, la quale innescò una lunga catena di fallimenti che portò le compagnie operanti nel settore delle telecomunicazioni a trascinare nella loro caduta gran parte dei titoli tecnologici (telefonia mobile e fissa, software, informazione on-line, siti di e-commerce, web-agency, incubatori di start-up, ecc.) –  provocando la bancarotta di alcune aziende di grandi dimensioni (Worldcom, QWest, Global Crossing) – e a porre fine alla breve fase espansiva che, secondo il parere di svariati economisti statunitensi, si sarebbe dovuta propagare per molti anni. Dall'esplosione della bolla della New Economy, i salari reali statunitensi hanno ripreso assieme al tasso di occupazione manifatturiera.
La sconsiderata gestione dell'immigrazione, che ha di fatto messo in concorrenza i lavoratori autoctoni con quelli stranieri, disposti ad accontentarsi di paghe ridotte e di minori garanzie pur di trovare un'occupazione, ha inoltre contribuito non soltanto a consolidare la tendenza al ribasso dei salari, ma anche ad assestare un colpo micidiale alle conquiste sociali ottenute nel corso dei decenni dalle classi lavoratrici. Si è così inaugurata l'era della flessibilità, che ha radicalizzato il processo di svalutazione e precarizzazione del lavoro. Come osserva l'analista di Merrill Lynch Jose Rasco: «il lavoratore temporaneo è il lavoratore marginale, il primo ad essere licenziato […]. La crescita di lavoratori temporanei è il segno che i datori di lavoro stanno cominciando ad applicare i principi della contabilità alle risorse umane. Le imprese, cioè, stanno forse tramutando il lavoro da costi fisso a costo variabile. Invece di arruolare lavoratori e pagargli un salario integrale con i benefici sociali, le aziende li tengono come lavoratori temporanei e flessibili; la forza-lavoro può così essere adattata secondo i capricci della domanda. Aziende che non dispongono di pricing power [ossia non dispongono più del potere di determinare i prezzi a cui vendere le proprie merci a causa della sovrabbondanza dell'offerta rispetto alla domanda], quando in più le materie prime rincarano, che cosa possono fare per aumentare i loro margini di profitto? La risposta è ovvia. Il modo più facile di accrescere la profittabilità è ridurre il maggior costo fisso: la manodopera».